25/08/2026
Presentazione della ristampa I ribelli di Santa Libera (agosto 1946)
di Laurana Lajolo

L’insurrezione di Santa Libera inizia il 20 agosto 1946, quando un gruppo di partigiani di Asti riprendono le armi per manifestare la grande delusione e il profondo malcontento di molti combattenti della Resistenza nei confronti della politica governativa.
A quindici mesi dalla fine della guerra i partigiani non hanno ricevuto il riconoscimento della loro qualifica ai fini militari e amministrativi, i reduci e le famiglie dei caduti non hanno forme di assistenza, la popolazione civile non ha percepito indennizzi per i danni di guerra.
La disoccupazione dei giovani è un grave problema. e il decreto del governo Parri del 21 agosto 1945 per l’arruolamento straordinario di ex partigiani e di reduci nella polizia non è stato ripreso dal governo successivo presieduto dal democristiano Alcide De Gasperi, favorevole all’alleanza atlantica con gli Stati Uniti in opposizione al blocco sovietico.
Il 22 giugno 1946 entra in vigore il “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari avvenuti durante il periodo dell’occupazione nazifascista”, (reati compiuti dai fascisti e dai partigiani tra il 25 aprile e il 3 maggio 1946). Viene abolito il Ministero dell’Epurazione, consentendo a funzionari, insegnanti, dipendenti statali collusi con il fascismo di riprendere servizio nella burocrazia statale, nella magistratura, nella polizia. Nel contempo i partigiani, inquadrati nei reparti di polizia ausiliaria, vengono estromessi e la magistratura inizia a perseguire i reati dei partigiani.
Ministro di Grazia e Giustizia è Palmiro Togliatti, il segretario nazionale del PCI, il quale considera l’amnistia come atto necessario per la pacificazione nazionale, ma molti partigiani esprimono dissenso interpretando il provvedimento come la rivincita dei vinti. Dopo le elezioni amministrative e politiche dell’Assemblea Costituente e il referendum istituzionale si conclude, dunque, la stagione resistenziale.
In tale contesto matura l’insurrezione partigiana di Santa Libera dell’agosto 1946. L’occasione è la sostituzione di Carlo Lavagnino dall’incarico capo della polizia ausiliaria di Asti, nelle cui file sono stati arruolati alcuni partigiani, con il tenente Russo, ex ufficiale della polizia dell’Africa orientale. Le motivazioni riguardano le rivendicazioni economiche e sono soprattutto dettate dall’impulso di fare “giustizia partigiana” contro i fascisti, e realizzare gli ideali della Resistenza. Lo stimolo più forte, però, deriva dal rifiuto del provvedimento di amnistia del governo.
I promotori sono giovani operai di Asti, di cui vengono tracciate le storie di vita. Hanno maturato nella lotta di liberazione una radicata convinzione antifascista e hanno vissuto la Liberazione del 25 aprile come la conferma che la loro scelta è stata giusta e storicamente vincente. Quei giovani partigiani nella vita di banda hanno dimostrato coraggio e senso di disciplina e mantengono vivo lo spirito di avventura. Ora si sentono estranei alla logica politica, anche se qualcuno è iscritto al PCI e al PSI. Non accettano le ingiustizie e vogliono continuare la lotta ideale anche con le armi, che hanno conservato efficienti, nonostante l’ordine di consegnarle entro il 7 giugno 1945.
Il loro capo è Armando Valpreda, nome di battaglia “Armando”, un giovane di poco più di vent’anni, che ha fatto la guerra partigiana in Valle Stura in una Divisione di Giustizia e Libertà, dove ha dato prova di intelligenza, coraggio, freddezza nell’azione e rigorismo morale. È segretario dell’ANPI provinciale di Asti e accoglie ogni giorno le richieste di assistenza dei combattenti. È indignato che i fascisti non vengano perseguiti per i reati commessi e, con pochi amici fidati, Onorino Nosenghi “Folgore”, Secondo Aseglio “Fulmine”, Antonio Isolato “Amilcare”, che hanno anche loro combattuto nelle Langhe, costituisce un gruppo segreto, denominato Primo Comando GAP, pronto a colpire ancora i fascisti.
Il 20 agosto 1946 il gruppo aggrega altri giovani compagni e inizia una protesta spontanea, estranea ai partiti della sinistra, che ottiene una larga adesione di partigiani in Italia.
Il comando è posto nella frazione di Santa Libera del comune di S. Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, potendo contare sull’appoggio del capo della polizia ausiliaria di quella provincia Walter Cundari, già comandante della brigata partigiana in cui ha combattuto Armando Valpreda, e del comandante garibaldino Primo Rocca, che qui aveva un campo durante la Resistenza.
I ribelli di Santa Libera richiedono, dunque, l’assunzione dei reduci e dei partigiani disoccupati, il blocco dei licenziamenti, l’abolizione dell’amnistia e del movimento reazionario dell’Uomo qualunque.
Poiché l’azione armata si può configurare come insurrezione contro lo Stato e sono molto pesanti gli attacchi delle forze conservatrici, sostenute da un’allarmistica campagna di stampa. intervengono immediatamente autorevoli rappresentanti dell’ANPI e del partito comunista italiano per mediare con gli insorti ed evitare la repressione armata.
Al comando di Santa Libera continuano a giungere molte adesioni di gruppi partigiani con manifestazioni in tutta Italia. Il sostegno delle formazioni partigiane garibaldine è più concreto di quelle di Giustizia e Libertà, mentre esponenti delle formazioni autonome si dissociano perché non condividono il metodo dell’insurrezione.
Due giorni dopo la protesta, Lavagnino e alcuni poliziotti ausiliari accettano di desistere, dopo la mediazione di Davide Lajolo, il comandante garibaldino Ulisse, ora capo redattore dell’edizione di Torino del quotidiano comunista “l’Unità”.
La pacificazione della protesta risulta un processo difficile e contrastato e crea gravi problemi politici soprattutto al partito comunista e all’ANPI, che esprimono solidarietà riguardo alle rivendicazioni, ma, nel contempo, esercitano un’opera assidua di mediazione a livello governativo e con gli insorti.
Nel governo il ruolo principale lo svolge Pietro Nenni, Vicepresidente del Consiglio con funzioni di capo governo, essendo il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi impegnato a Parigi nei colloqui
di pace. Appresa la notizia, il leader socialista si dichiara d’accordo con le rivendicazioni degli insorti e disposto a ricevere una delegazione di partigiani per discutere i provvedimenti. Interviene anche presso le prefetture e le questure per evitare interventi delle forze dell’ordine.
Viene messa in campo una fitta opera di mediazione politica. E’ Cino Moscatelli, comandante partigiano garibaldino e sottosegretario al governo, a sostenere con determinazione, nel confronto con Armando Valpreda, la valutazione della direzione del partito comunista che l’azione partigiana sia un errore politico, che potrebbe creare anche in Italia, dove sono ancora presenti le truppe Alleate, una situazione analoga all’esito tragico della guerra civile in Grecia tra partigiani comunisti e potere monarchico. in quel Paese gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono intervenuti a reprimere la guerra civile con l’esclusione dei comunisti dalla vita politica.
Quell’argomentazione convince Armando Valpreda a desistere e ad accettare di inviare una delegazione partigiana a Roma per trattare l’approvazione dei provvedimenti richiesti, che sono in parte approvati dal governo. La protesta si conclude pacificamente il 27 agosto. I ribelli rientrano nella legalità, ottenendo l’impunità giudiziaria.
Per ragioni di tutela dei protagonisti e di opportunità politica, della ribellione di Santa Libera non si parla per molti anni. Soltanto nel 1984 Laurana Lajolo raccoglie alcune testimonianze dei protagonisti per un intervento al convegno “Contadini e partigiani” in preparazione dell’istituzione dell’Istituto per la storia della Resistenza della provincia di Asti. Dieci anni dopo Armando Valpreda e alcuni suoi compagni accettano di approfondire le loro testimonianze e di mettere a disposizione la documentazione da loro raccolta, che oggi è depositata nell’archivio ISRAT. Laurana Lajolo, allora direttrice dell’Istituto della Resistenza della provincia di Asti, utilizza queste fonti private, quelle ufficiali d’archivio e i riferimenti storiografici e ricostruisce la vicenda nel libro, pubblicato nel 1996 dalle edizioni del Gruppo Abele, che ora vede una seconda edizione per l’editore Baima Ronchetti.
giugno 2026