Itinerari di Cesare Pavese
Moncucco
“Le Langhe non si perdono”, confida il cugino de I mari
del sud salendo
la collina di Moncucco, punto panoramico di Santo Stefano Belbo da cui si
domina tutta la valle del Belbo. “Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo mio cugino è un gigante vestito di
bianco, che si muove pacato, abbronzato nel volto, taciturno. Tacere è la
nostra virtù. Dalla vetta si scorge nelle notti serene il riflesso del faro lontano
di Torino”.
Il faro che si scorge in
lontananza è la Vittoria alata che regge un lume intermittente (alta 18 metri e
mezzo) con epigrafe di Gabriele D’Annunzio, dono di Giovanni Agnelli nel 1928,
poco prima della poesia che apre la raccolta di Lavorare stanca.
Casa natale
L’avventura esistenziale di Pavese, e di molti suoi
personaggi inizia a Santo Stefano Belbo, grosso paese di fondovalle (“Santo
Stefano Belbo, all’imbocco della vallata del Belbo, è un poco la metropoli
delle Langhe”), dove le estreme propaggini delle Langhe confinano con le prime
colline del Monferrato.
La sua casa natale, in cui i genitori trascorrevano le
villeggiature estive, è un po’ fuori porta, sullo “stradone” per Canelli.
L’architettura della casa, in cui non c’è più l’originario giardino, si
discosta da quella tradizionale contadina, denota già un gusto da piccola
borghesia provinciale trapiantata in città. Da molto tempo non appartiene più
ai Pavese; fu venduta in seguito alla prematura morte del padre e ha cambiato,
da allora, diversi proprietari che l’hanno variamente trasformata.
La lapide è firmata “La gente della sua terra” e il testo,
molto ben scelto, è tratto da il Mestiere di vivere: “La mia parte pubblica l’ho
fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho
condiviso le pene di molti”.
Anche
se Pavese non ebbe mai una casa veramente sua (a Torino coabitava con la
sorella sposata) e quindi un luogo dove riunire la biblioteca, le carte e i
libri (parte dei quali conservava all’Einaudi), è indubbio come questo
edificio, pur con gli intervenuti mutamenti, conservi un forte valore
emozionale.
Casa di Nuto
Chi fa da mediatore tra il mondo del letterato, formatosi
in città, e la realtà delle Langhe, è Nuto (al secolo Pinolo Scaglione), che da amico d’infanzia si
trasforma nel “Virgilio” che conduce lo scrittore tra i sentieri, per le vigne,
sulle creste dei colli e gli racconta le storie dei vivi e dei morti della
valle chiusa dalle colline dove non gli anni ma soltanto le stagioni contano e
il tempo non passa. Dai racconti orali del Nuto Pavese attinge a piene mani,
reinventa e trasfigura. Così la Langa della storia, della guerra civile, della
miseria e della fatica dei contadini diventa la Langa senza storia e senza
tempo del mito.
La casa-laboratorio di Nuto si
trova poco prima della Mora. Per la sua posizione, affacciata sulla strada per
Canelli, era un po’ una finestra aperta sul mondo. È stato nuovamente piantato
il glicine a lato della casa sotto cui c’è la panchina dove si sedeva sovente
Nuto quando accoglieva i visitatori, quel glicine che è sempre stato a ideale
protezione della casa. Per quarant’anni, dopo la morte di Pavese, Nuto ne tenne
vivo il ricordo: un caso unico di personaggio letterario che diventa vivente
testimone e custode di un museo di straordinario valore, rimasto inalterato nel
tempo con tutto il suo potente fascino evocativo.
La Mora
Annunciata da maestosi pini, che contrastano con i pochi
alberi da frutta del casotto di Gaminella, e da un tripudio di fiori,”nella
grassa piana oltre il Belbo” c’è la Mora. Nella grande casa (ancora oggi
esistente sulla strada per Canelli, poco oltre la falegnameria di Nuto),
vivevano insieme al padrone e alle sue figlie le serve, i servitori, i
braccianti. E’ la casa di Irene, Silvia e Santina, lo scenario si molte pagine
de La luna e i falò..
Anche se la Mora si è conservata
quasi intatta, con il bellissimo cortile interno acciottolato, (tranne il
cancello d’ingresso sulla strada con i due pini, eliminato per lavori di
allargamento della strada), e quindi con il fascino di un tempo, il contesto
appare invece profondamente trasformato.
La collina di Gaminella
La collina di Gaminella è una delle
due facce, con il Salto, dell’universo de La luna e i falò, circondata da un alone di
mistero, impossibile da conoscere completamente per la sua grandezza. Fittissima
e varia è la sua geografia “tutta
vigne e macchie di riva”, dove però predomina l’incolto, il selvatico, la riva
e il bosco rispetto al coltivato, che non è solo vigna ma noccioleto, campo,
prato. Qui c’era la casa abitata dalla famiglia del Valino, che doveva spartire i poveri raccolti con la
padrona, l’arcigna “madama della villa”.
Uno dei personaggi del libro, Cinto, il figlio storpio del Valino,
destinato ad una esistenza grama nel chiuso cerchio delle colline.
Dalla descrizione di Pavese risulta
molto difficile rintracciare l’esatta ubicazione di questo casotto. Può anche
darsi che non esista come luogo fisico e che lo scrittore si sia rifatto a
qualcuna o a più di una delle tante costruzioni con simili caratteristiche.
La palazzina del Nido
La palazzina del Nido, rossa in mezzo ai suoi platani,
profilata sulla costa dell’estrema collina del Salto, domina, con la sua
inconsueta architettura, tutta la valle. Si trova sotto il territorio di
Canelli e la sua ubicazione, di difficile accesso, ha preservato la casa e i
terreni circostanti da ogni trasformazione. È certamente uno degli itinerari
più suggestivi che conduce fino a Canelli passando attraverso la frazione di
Sant’ Antonio (da Pavese chiamata Sant’ Antonino). Una sera Anguilla, il
protagonista de La luna e i falò, accompagna con il biroccio le sue emozionantissime
padroncine ad una festa al Nido e la casa, vista con gli occhi stupiti del
povero servitore, diventa il luogo inafferrabile del sogno e della meraviglia.
La collina del Salto
Quella da Pavese chiamata il Salto è la collina speculare a
Gaminella che costeggia la strada per Canelli. Ma è diversa da Gaminella, più
aspra, più secca, meno rigogliosa, oltre il Belbo.
Il Belbo
Il torrente Belbo, nelle cui acque allora immacolate si
andava a pescare e a fare il bagno, separa nettamente le due colline di
Gaminella e del Salto, con in mezzo la piana delimitata da lunghe file di
pioppi (che Pavese chiama con un dialettismo albere.
Il treno
Solo il treno con le vecchie locomotive a vapore, ormai in
disuso, interrompe il ritmo di questo mondo chiuso tra le colline, dove il
tempo si misura secondo il ritmo delle stagioni. Il fischio del treno sulla ferrata
lungo il Belbo porta con sé la curiosità del mondo oltre le colline e
l’inquietudine della fuga, fa pensare alle città.
La stazione
La stazione di Santo Stefano Belbo, da dove arivano e
partono i personaggi pavesiani, è ancora la stessa coi suoi binari. Solamente
non è più in funzione ed è circondata da un senso penoso di trascuratezza, come
un luogo fuori dal tempo, un relitto, una nave arenata lasciata in abbandono.
L’
albergo dell’Angelo
Quando, ne La luna e i falò, Anguilla torna al paese dopo
tanti anni soggiorna presso l’Albergo dell’Angelo, nella piazza centrale del
paese. A Santo Stefano Belbo, prima della guerra, esisteva realmente un albergo
dell’Angelo, nella parte vecchia del paese, ma quello in cui Pavese
soggiornava, dopo la vendita della casa Natale, avvenuta nel 1916, era La Posta, il cui balcone dà sulla
piazza principale, cui viene attribuito il nome dell’altro. Da questo balcone
Anguilla osserva la festa patronale di San Rocco, il mercato e il viavai della
gente.
La
Chiesa
Su un’altra piazza del paese c’è la chiesa, talmente
grande da sembrare una cattedrale, sulla cui scalinata, nel clima arroventato
del dopoguerra,il parroco pronuncia, in seguito al ritrovamento di due morti
repubblichini, un infuocato discorso contro i partigiani e i comunisti, a cui
assiste anche il protagonista de La luna ei falò
La
torre
Dalla piazza Pavese vedeva una collinetta, dietro il tetto
del municipio, con una vigna mal tenuta. Sono i terreni circostanti i ruderi
del vecchio castello medievale, sopra il centro storico del paese, e di cui
rimanere in piedi solamente la torre che domina il centro abitato di Santo
Stefano Belbo.
Il cimitero
Il 7 luglio 2001 i resti di Cesare Pavese vengono
trasferiti, con il consenso dei familiari (le nipoti Maria Luisa e Cesarina
Sini), nel cimitero di Santo Stefano Belbo. La lapide sotto cui riposa lo
scrittore è fatta in pietra di langa e reca la scritta “Ho dato poesia agli
uomini”.
Last modified 2007-07-20 09:18


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