Passione in forma di poesia
Davide Riguardo al suo amore per la poesia ebbe a dichiarare “Ho faticato con la fantasia sin da bambino, costruito castelli e non tutti in aria, perché li ho costruiti con la terra fertile della campagna. Ho amato sempre i poeti e ho scritto poesia. La poesia per me è come il pane, l’arcano di ciò che è essenziale per vivere”.
Renzo Arato ha dichiarato in merito a questo spettacolo: “Non mi capita mai di guardare al mio passato né umano né professionale. Questa volta, però, riprendendo in mano un vecchio copione di quindici anni fa ho sentito profonda emozione e il desiderio di tornare a recitare quel diario di Davide Lajolo “Ventiquattro anni” e quegli autori che erano tra i suoi preferiti. Lo spettacolo, ideato da Laurana Lajolo, riscontrò molto interesse e lo portai anche al Teatro Alfieri di Torino e in molti altri teatri italiani.
Oggi ho pensato che la riproposta di “passione in forma di poesia” poteva avvenire solo con l’interazione della musica. Certo non una musica qualsiasi, ma musiche profondamente legate ai poeti letti e ai testi in programma, scelte e arrangiate appositamente con la validissima collaborazione del pianista Sebastian Roggero. E credo che questo concerto potrà nuovamente emozionare il pubblico”.
Anche Davide Lajolo ha scritto poesie lungo tutta la sua vita, che non ha voluto pubblicare, ma quando ha sentito il respiro della morte vicino al suo cuore, ha riordinato i suoi componimenti con il titolo Quadrati di fatica. A distanza di vent’anni la sua raccolta è stata pubblicata secondo l’ordine e la scelta da lui indicati, Quadrati di fatica – Poesie 1936-1984.
I testi qui riportati fanno parte di uno spettacolo ideato da Laurana Lajolo e allestito da Renzo Arato nel 1991, che sarà ripreso nella prossima stagione teatrale.
Sulle colline di Montedelmare, a Vinchio, i boschi sono versi. Sono boschi di castagno. Circondano la zona delle vigne. Il silenzio è rotto soltanto dal canto di un merlo che sta nell’ombra delle foglie. Mi siedo sotto la “toppia”. I grappoli d’uva mi penzolano sulla testa. Nel primo filare le pesche rosse s’invitano alla delizia.
I pensieri cavalcano i monti e le colline. Il fatto di poter pensare a ruota libera è tra le cose più belle, l’erba è disseccata al sole. Il mio cane Febo ha corso per tutta la strada e ora, all’ombra, lascia penzolare la lingua fino a terra. Mi guarda con occhi liquidi. L’amicizia tra uomo e cane è senza tradimenti. Una farfalla bianca trema nell’aria come ferma. Dal bosco sale un profumo di menta nel vento leggero. Attraverso quattro filari scorgo ai margini del bosco una contadina che taglia la menta. Mi vede, mi saluta. “perché raccogliete la menta?” “e’ buona per fare un decotto che guarisce tante malattie”
Torno
all’ombra del pergolato. Febo è intento a inseguire una
lucertola che gli sfuggirà.
Stamattina
sono andato in piazza a Vinchio ad aspettare la corriera. Pavese
mi aveva promesso che sarebbe venuto qui a vedere la festa patronale,
il ballo a palchetto, la gara alle bocce e la rottura delle pignatte.
Arriva
la corriera. Scendono tutti, ma Cesare non c’è. La maestra
ha Stampa sera aperta tra le mani, vedo la fotografia di Pavese in
prima pagina. Mi faccio prestare il giornale: “Pavese si è
suicidato all’albergo Roma di Torino davanti alla stazione di Porta
Nuova. Ha ingerito molte pastiglie di barbiturici”. Sudo freddo
come se dovessi svenire. La notizia mi fulmina il cervello, perdo la
parola e i pensieri. Rimango fermo in mezzo alla piazza, muto.
Cesare
ha fatto il gesto. Maledico di non essergli stato accanto. Ma sarebbe
servito?
Anche
il sole è scomparso. Il cielo s’è fatto plumbeo,
temporale di grandine.
Pavese
è già stato grandinato. Ha costruito la grandine con le
sue mani senza tuoni e senza fulmini con sordo terrore.
Lettera a Cesare
di Davide Lajolo
Il ricordo di te
sono parole
avare e lente
sprofondate nel silenzio.
Il tuo sorriso
un miraggio impossibile:
la tua mano nervosa
batte sempre
sul fondo annerito
della mia scrivania.
(…)
Eri sconfitto
ogni mattino
crocefisso alla terra
come il passero
derelitto
dell’infanzia.
Il richiamo del sangue
dei mitra partigiani
sulle colline di Santo Stefano
ti inseguiva pallido
tra le cere
del Santuario di Crea.
(…)
Vana l’ansia
di costruire
il tuo ritorno
sulla speranza.
(…)
L’allodola straniera
venne a posarsi
sul tuo covone
campagnolo.
Ricordo
il tuo trepidare
sulle sue ali
Il fiato soffiato
sul cuore
perché non trasvolasse.
E le tue ultime parole
sul tesoro di Montezuma
sullo stoicismo delle Langhe.
Sul letto d’albergo
le tue mani scarne
pelose
inerti.
La mano bianca
di Conie
si sarebbe ritratta
raggelata.
Gli occhi vitrei
sotto gli occhiali
insistevano
nel gesto irripetibile.
Lungo era stato
l’addio:
addio alla luna,
ai falò
alle Langhe
addio al rumore.
La tua vita
sta
nelle parole scavate
con virtù operaia
per le nostre memorie
labili.
Paul Eluard ha davvero l’aria del poeta, il volto, gli occhi, le mani. Mentre lo hai davanti sorridente provi l’impressione che anche quando sta seduto cammini in punta di piedi. Sembra che possa stare in mezzo alle cose senza toccarle come se fosse vibrato in aria. Un uomo tenerissimo,. Eppure ha combattuto nelle file della Resistenza francese come soldato e non solo come poeta.
Quei tuoi capelli d’arance nel vuoto del mondo
di Paul Eluard
Quei tuoi capelli d’arance nel vuoto del mondo,
nel vuoto dei vetri grevi di silenzio e
d’ombra ove a mani nude cerco ogni riflesso,
Chimerica è la forma del tuo cuore
e al mio desiderio perduto il tuo amore somiglia.
O sospiri di ambra, sogni, sguardi.
Ma non sempre sei stata con me, tu. La memoria
m’è oscurata ancora d’averti vista giungere
e sparire. Ha parole il tempo, come l’amore.
Alfonso Gatto è stato con me redattore all’Unità di Torino, intelligente e scentrato. I poeti non possono essere condannati al tavolo redazionale a passare notizie. Il guaio è che quando lo mandavo fuori a fare l’inviato scompariva e per giorni era introvabile. Però sapeva farsi perdonare di tutto con splendidi articoli e quando mi portava una poesia inedita da pubblicare.
Lamento d’una mamma napoletana
di Alfonso Gatto
Mio, il figlio, non era della guerra,
dei padroni che lasciano ch’io pianga
dietro la porta come un cane, mio,
delle mie mani, del mio petto giallo
ove le mamme seccano sul cuore.
Mio e del mare che ci lava i piedi
tutta la vita, del vestito nero
che m’acceca di polvere se grido.
Mio, il figlio, non era della guerra,
non era della morte e la pietà
che cerco è di svegliare col suo nome
tutta la notte, di fermare i treni
perché non parta, lui, ch’è già partito
e che non tornerà.
Mio, il figlio, e la sua morte mia, la guerra.
I cavalli mi corrano sul petto,
i treni i fiumi ch’egli vide: il fuoco
m’arda i capelli ove la notte sola
alle mie spalle s’accompagna.
Il vento
resti del mondo allucinato, il sale
dagli abissi che abbagliano, il lenzuolo
del nostro lutto…
Proprio sulla piazza del Duomo avevo incontrato Beppe Fenoglio. C’era il patto di ripercorrere insieme Alba, partendo dalle vecchia casa, le strade che lui conosceva passo passo.
Ma erano le Langhe nelle sue vene di Fenoglio, il suo sangue che erompeva, le sue ossa, il suo volto magro. Erano eguali a lui, erano lui stesso con gli strapiombi e i bricchi, i ritani e le cascine dove latravano i cani alla catena.
Il guerriero delle Langhe
di Davide Lajolo
Beppe era brutto,
alto e scarno di spalle.
Il colore era quello di noi
Delle Langhe, pallido e crudo,
infoscato. Con la nostra terra
era stato impastato
negli umori, nella grinta, nella tensione.
Aveva le pieghe amare alla bocca,
la fronte aggrottata
di pene e pensieri.
E pioggia e polvere avevano
resi biondi i capelli castani.
I grandi occhi erano tristi
e anche un po’ ironici
con se stesso.
(…)
Beppe ha raccontato tutto
con parole a punta di spilli
con discorsi a scatti
per chi non ha altre tappe
che nei matrimoni combinati
e nei funerali.
Malora, malora, malora
principio e fine
dal sole al cimitero.
Agostino resta solo
come un albero
senza vento tra le foglie.
Malora, malora, malora
come odia questa terra magra
eppure non pensa a lasciarla,
qui vuole morire
come suo nonno come suo padre,
qui vuole tornare erba
anche dalla parte delle radici.
Ho ricevuto una cartolina da Parigi con tre firme che mi sono care: Jorge Amado, Anna Seghers, Pablo Neruda. Guardo le firme e rivedo i loro volti, quando li ho incontrati al Congresso della Pace a Parigi nel 1950. Quel giorno Neruda ha letto ad alta voce i suoi versi sulla guerra di Spagna. Pablo Picasso si è alzato e l’ha abbracciato
Le colombe
di Pablo Neruda
Le colombe visitarono Puskin
e beccarono la sua malinconia,
la statua di grigio bronzo parla con le colombe
con pazienza di bronzo:
gli uccelli moderni
non lo capiscono,
altro è adesso il linguaggio
degli uccelli
e con sottili filamenti di Puskin
volano da Majakovskij:
sembra di piombo la sua statua,
quasi l’avessero
fatta di pallottole,
non la sua tenerezza hanno fatto
ma la sua bella arroganza,
è un demolitore
di cose tenere,
come ha potuto vivere
fra le viole,
alla luce della luna,
nell’amore?
Manca sempre qualcosa a queste statue
fisse in una direzione del tempo,
o lo fanno che infilza
l’aria con un coltello militare
o lo lasciano seduto come Gogol
trasformato in turista da giardino,
e altri uomini, stanchi del cavallo,
non poterono più scendere a mangiare.
In verità le statue sono amare
Perché il tempo resta
Depositato in loro, ossidato,
e se anche i fiori arrivano a coprire
i loro piedi freddi, i fiori non son baci,
anche loro vanno lì a morire.
Colombe bianche, diurne,
i poeti notturni
girano
attorno alle scarpe
del Majakopvskij di ferro,
del suo orribile giaccone di bronzo,
della sua ferrea bocca senza sorriso.
E qualche volta, ormai tardi, già nel sonno,
in città, dal fiume alle colline,
udii salire i versi, la salmodia
dei recitativi recitanti.
Vladimir ascoltava?
Ascoltano le statue?
Sembrava furioso,
il suo gesto non ammetteva verso alcuno:
forse la statua è un guscio, una conchiglia
di marmo, bronzo o pietra
di un animale ferito che è scomparso
lasciando questo vestigio congelato,
un gesto, un movimento immobile,
ciò che resta dell’anima.
Oggi Pier Paolo Pasolini è venuto a rilevarmi a Montecitorio perché voleva portarmi sui luoghi dove sta girando Accattone. Mi dice: “Ho deciso di esprimermi col cinema perché la letteratura non mi dà più la possibilità di tenere aperto il dialogo con tutte le persone che vorrei, ho bisogno di parlare a tutta la gente. Mi irritano gli steccati che molti critici alzano contro i miei libri, quasi volessero escludermi. Ora mi provo come regista”. E mi racconta la trama di Accattone, con quel suo modo di parlare a scatti, rotto da lunghi silenzi,.
Alì dagli occhi azzurri
di Pier Paolo Pasolini
Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sé i bambini,
il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle trireme rubate ai porti coloniali.
Sbarcheranno a Crotone e a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici, e di camice americane.
Subito i Calabresi diranno
come malandrini a malandrini:
“Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e il formaggio!”
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
nelle Città della Malavita.
Anime e angeli, topi e pidocchi,
col germe della Storia Antica,
vorranno darvi alle willaye.
Nazim Hikmet ha cantato il filo d’erba che è spuntato in alto sotto la tenue luce del suo carcere-spelonca, sofferto per dieci anni nel suo paese.
E’ un uomo straordinario, non porta segni delle sofferenze che ha patito, delle umiliazioni, del terrore di cui è stato circondato. E’ forte, i neri capelli alti sul capo, gli occhi scuri e lucenti, mi abbraccia come un fratello. E’ un momento di emozione indimenticabile. Vale vivere per questi momenti che non sono fatti di parole.
C’è un albero dentro di me
di Nazim Hikmet
C’è un albero dentro di me
trapiantato dal sole
le sue foglie oscillano come pesci di fuoco
le sue foglie cantano come usignoli
è un pezzo già che i viaggiatori sono discesi
dai razzi sul pianeta ch’è in me
parlano una lingua che ho udito in sogno
non ordini non vanterie non preghiere
in me c’è una strada bianca
le formiche passano coi semi di grano
i camion passano col chiasso delle feste
ma il carro funebre – è proibito – non può passare
in me il tempo rimane
come una rosa rossa odorosa
che oggi sia venerdì domani sabato
che il più di me sia passato che resti il meno
me ne infischio.
Renzo Arato, attore di teatro, di cinema e di televisione, si è cimentato spesso in recital di poesie di autori classici e contemporanei. In teatro ha riservato una particolare attenzione a Pavese, Lajolo e Fenoglio. L’ultima sua fatica è l’interpretazione per la Tv tedesca della parte di padre Kolbe deportato e morto ad Auschwitz.
(Renzo Arato, 347.4280798 - http://www.renzoarato.it/appuntamenti.htm)
Last modified 2007-01-06 03:02


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