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Passione in forma di poesia

Un itinerario attraverso le pagine di poeti contemporanei, tracciato nel diario di Davide Lajolo "Ventiquattro anni" (1981). Lo scrittore ha annotato la sua amicizia per i poeti, decifrando negli occhi, nei gesti, nelle parole di quelle personalità eccezionali il mistero indicibile della poesia. I testi qui riportati fanno parte di uno spettacolo ideato da Laurana Lajolo e allestito da Renzo Arato nel 1991.
Renzo Arato interpreta alcuni dei poeti di cui Lajolo fu amico e di cui tratteggiò penetranti ritratti nel suo diario Ventiquattro anni e in altri libri: Paul Eluard, Alfonso Gatto, Bertoldt Brecht, Pablo Neruda, Rafael Alberti, Pier Paolo Pasolini, Nazim Hikmet con le musiche scelte e eseguite da Sebastian Roggero.
Davide Riguardo al suo amore per la poesia ebbe a dichiarare “Ho faticato con la fantasia sin da bambino, costruito castelli e non tutti in aria, perché li ho costruiti con la terra fertile della campagna. Ho amato sempre i poeti  e ho scritto poesia. La poesia per me è come il pane, l’arcano di ciò che è essenziale per vivere”.
Renzo Arato ha dichiarato in merito a questo spettacolo: “Non mi capita mai di guardare al mio passato né umano né professionale. Questa volta, però, riprendendo in mano un vecchio copione di quindici anni fa ho sentito profonda emozione e il desiderio di tornare a recitare quel diario di Davide Lajolo “Ventiquattro anni” e quegli autori che erano tra i suoi preferiti. Lo spettacolo, ideato da Laurana Lajolo, riscontrò molto interesse e lo portai anche al Teatro Alfieri di Torino e in molti altri teatri italiani.
Oggi ho pensato che la riproposta di “passione in forma di poesia” poteva avvenire solo con l’interazione della musica. Certo non una musica qualsiasi, ma musiche profondamente legate ai poeti  letti e ai testi in programma, scelte e arrangiate appositamente con la validissima collaborazione del pianista Sebastian Roggero. E credo che questo concerto potrà nuovamente emozionare il pubblico”.

Anche Davide Lajolo ha scritto poesie lungo tutta la sua vita, che non ha voluto pubblicare, ma quando ha sentito il respiro della morte vicino al suo cuore, ha riordinato i suoi componimenti con il titolo Quadrati di fatica. A distanza di vent’anni la sua raccolta è stata pubblicata secondo l’ordine e la scelta da lui indicati, Quadrati di fatica – Poesie 1936-1984.


I testi qui riportati fanno parte di uno spettacolo ideato da Laurana Lajolo e allestito da Renzo Arato nel 1991, che sarà ripreso nella prossima stagione teatrale.



Sulle colline di Montedelmare, a Vinchio, i boschi sono versi. Sono boschi di castagno. Circondano la zona delle vigne. Il silenzio è rotto soltanto dal canto di un merlo che sta nell’ombra delle foglie. Mi siedo sotto la “toppia”. I grappoli d’uva mi penzolano sulla testa. Nel primo filare le pesche rosse s’invitano alla delizia.

I pensieri cavalcano i monti e le colline. Il fatto di poter pensare a ruota libera è tra le cose più belle, l’erba è disseccata al sole. Il mio cane Febo ha corso per tutta la strada e ora, all’ombra, lascia penzolare la lingua fino a terra. Mi guarda con occhi liquidi. L’amicizia tra uomo e cane è senza tradimenti. Una farfalla bianca trema nell’aria come ferma. Dal bosco sale un profumo di menta nel vento leggero. Attraverso quattro filari scorgo ai margini del bosco una contadina che taglia la menta. Mi vede, mi saluta. “perché raccogliete la menta?” “e’ buona per fare un decotto che guarisce tante malattie”

Torno all’ombra del pergolato. Febo è intento a inseguire una lucertola che gli sfuggirà.

Stamattina sono andato in piazza a Vinchio ad aspettare la corriera. Pavese mi aveva promesso che sarebbe venuto qui a vedere la festa patronale, il ballo a palchetto, la gara alle bocce e la rottura delle pignatte.
Arriva la corriera. Scendono tutti, ma Cesare non c’è. La maestra ha Stampa sera aperta tra le mani, vedo la fotografia di Pavese in prima pagina. Mi faccio prestare il giornale: “Pavese si è suicidato all’albergo Roma di Torino davanti alla stazione di Porta Nuova. Ha ingerito molte pastiglie di barbiturici”. Sudo freddo come se dovessi svenire. La notizia mi fulmina il cervello, perdo la parola e i pensieri. Rimango fermo in mezzo alla piazza, muto.
Cesare ha fatto il gesto. Maledico di non essergli stato accanto. Ma sarebbe servito?
Anche il sole è scomparso. Il cielo s’è fatto plumbeo, temporale di grandine.
Pavese è già stato grandinato. Ha costruito la grandine con le sue mani senza tuoni e senza fulmini con sordo terrore.


Lettera a Cesare

di Davide Lajolo


Il ricordo di te

sono parole

avare e lente

sprofondate nel silenzio.

Il tuo sorriso

un miraggio impossibile:

la tua mano nervosa

batte sempre

sul fondo annerito

della mia scrivania.

(…)

Eri sconfitto

ogni mattino

crocefisso alla terra

come il passero

derelitto

dell’infanzia.

Il richiamo del sangue

dei mitra partigiani

sulle colline di Santo Stefano

ti inseguiva pallido

tra le cere

del Santuario di Crea.

(…)

Vana l’ansia

di costruire

il tuo ritorno

sulla speranza.

(…)

L’allodola straniera

venne a posarsi

sul tuo covone

campagnolo.

Ricordo

il tuo trepidare

sulle sue ali

Il fiato soffiato

sul cuore

perché non trasvolasse.

E le tue ultime parole

sul tesoro di Montezuma

sullo stoicismo delle Langhe.

Sul letto d’albergo

le tue mani scarne

pelose

inerti.

La mano bianca

di Conie

si sarebbe ritratta

raggelata.

Gli occhi vitrei

sotto gli occhiali

insistevano

nel gesto irripetibile.

Lungo era stato

l’addio:

addio alla luna,

ai falò

alle Langhe

addio al rumore.

La tua vita

sta

nelle parole scavate

con virtù operaia

per le nostre memorie

labili.



Paul Eluard ha davvero l’aria del poeta, il volto, gli occhi, le mani. Mentre lo hai davanti sorridente provi l’impressione che anche quando sta seduto cammini in punta di piedi. Sembra che possa stare in mezzo alle cose senza toccarle come se fosse vibrato in aria. Un uomo tenerissimo,. Eppure ha combattuto nelle file della Resistenza francese come soldato e non solo come poeta.


Quei tuoi capelli d’arance nel vuoto del mondo

di Paul Eluard


Quei tuoi capelli d’arance nel vuoto del mondo,

nel vuoto dei vetri grevi di silenzio e

d’ombra ove a mani nude cerco ogni riflesso,


Chimerica è la forma del tuo cuore

e al mio desiderio perduto il tuo amore somiglia.

O sospiri di ambra, sogni, sguardi.


Ma non sempre sei stata con me, tu. La memoria

m’è oscurata ancora d’averti vista giungere

e sparire. Ha parole il tempo, come l’amore.



Alfonso Gatto è stato con me redattore all’Unità di Torino, intelligente e scentrato. I poeti non possono essere condannati al tavolo redazionale a passare notizie. Il guaio è che quando lo mandavo fuori a fare l’inviato scompariva e per giorni era introvabile. Però sapeva farsi perdonare di tutto con splendidi articoli e quando mi portava una poesia inedita da pubblicare.


Lamento d’una mamma napoletana

di Alfonso Gatto


Mio, il figlio, non era della guerra,

dei padroni che lasciano ch’io pianga

dietro la porta come un cane, mio,

delle mie mani, del mio petto giallo

ove le mamme seccano sul cuore.


Mio e del mare che ci lava i piedi

tutta la vita, del vestito nero

che m’acceca di polvere se grido.

Mio, il figlio, non era della guerra,

non era della morte e la pietà

che cerco è di svegliare col suo nome

tutta la notte, di fermare i treni

perché non parta, lui, ch’è già partito

e che non tornerà.


Mio, il figlio, e la sua morte mia, la guerra.

I cavalli mi corrano sul petto,

i treni i fiumi ch’egli vide: il fuoco

m’arda i capelli ove la notte sola

alle mie spalle s’accompagna.

Il vento

resti del mondo allucinato, il sale

dagli abissi che abbagliano, il lenzuolo

del nostro lutto…



Proprio sulla piazza del Duomo avevo incontrato Beppe Fenoglio. C’era il patto di ripercorrere insieme Alba, partendo dalle vecchia casa, le strade che lui conosceva passo passo.

Ma erano le Langhe nelle sue vene di Fenoglio, il suo sangue che erompeva, le sue ossa, il suo volto magro. Erano eguali a lui, erano lui stesso con gli strapiombi e i bricchi, i ritani e le cascine dove latravano i cani alla catena.


Il guerriero delle Langhe

di Davide Lajolo


Beppe era brutto,

alto e scarno di spalle.

Il colore era quello di noi

Delle Langhe, pallido e crudo,

infoscato. Con la nostra terra

era stato impastato

negli umori, nella grinta, nella tensione.

Aveva le pieghe amare alla bocca,

la fronte aggrottata

di pene e pensieri.

E pioggia e polvere avevano

resi biondi i capelli castani.

I grandi occhi erano tristi

e anche un po’ ironici

con se stesso.

(…)

Beppe ha raccontato tutto

con parole a punta di spilli

con discorsi a scatti

per chi non ha altre tappe

che nei matrimoni combinati

e nei funerali.

Malora, malora, malora

principio e fine

dal sole al cimitero.

Agostino resta solo

come un albero

senza vento tra le foglie.

Malora, malora, malora

come odia questa terra magra

eppure non pensa a lasciarla,

qui vuole morire

come suo nonno come suo padre,

qui vuole tornare erba

anche dalla parte delle radici.



Ho ricevuto una cartolina da Parigi con tre firme che mi sono care: Jorge Amado, Anna Seghers, Pablo Neruda. Guardo le firme e rivedo i loro volti, quando li ho incontrati al Congresso della Pace a Parigi nel 1950. Quel giorno Neruda ha letto ad alta voce i suoi versi sulla guerra di Spagna. Pablo Picasso si è alzato e l’ha abbracciato


Le colombe

di Pablo Neruda


Le colombe visitarono Puskin

e beccarono la sua malinconia,

la statua di grigio bronzo parla con le colombe

con pazienza di bronzo:

gli uccelli moderni

non lo capiscono,

altro è adesso il linguaggio

degli uccelli

e con sottili filamenti di Puskin

volano da Majakovskij:

sembra di piombo la sua statua,

quasi l’avessero

fatta di pallottole,

non la sua tenerezza hanno fatto

ma la sua bella arroganza,

è un demolitore

di cose tenere,

come ha potuto vivere

fra le viole,

alla luce della luna,

nell’amore?

Manca sempre qualcosa a queste statue

fisse in una direzione del tempo,

o lo fanno che infilza

l’aria con un coltello militare

o lo lasciano seduto come Gogol

trasformato in turista da giardino,

e altri uomini, stanchi del cavallo,

non poterono più scendere a mangiare.

In verità le statue sono amare

Perché il tempo resta

Depositato in loro, ossidato,

e se anche i fiori arrivano a coprire

i loro piedi freddi, i fiori non son baci,

anche loro vanno lì a morire.

Colombe bianche, diurne,

i poeti notturni

girano

attorno alle scarpe

del Majakopvskij di ferro,

del suo orribile giaccone di bronzo,

della sua ferrea bocca senza sorriso.

E qualche volta, ormai tardi, già nel sonno,

in città, dal fiume alle colline,

udii salire i versi, la salmodia

dei recitativi recitanti.

Vladimir ascoltava?

Ascoltano le statue?

Sembrava furioso,

il suo gesto non ammetteva verso alcuno:

forse la statua è un guscio, una conchiglia

di marmo, bronzo o pietra

di un animale ferito che è scomparso

lasciando questo vestigio congelato,

un gesto, un movimento immobile,

ciò che resta dell’anima.



Oggi Pier Paolo Pasolini è venuto a rilevarmi a Montecitorio perché voleva portarmi sui luoghi dove sta girando Accattone. Mi dice: “Ho deciso di esprimermi col cinema perché la letteratura non mi dà più la possibilità di tenere aperto il dialogo con tutte le persone che vorrei, ho bisogno di parlare a tutta la gente. Mi irritano gli steccati che molti critici alzano contro i miei libri, quasi volessero escludermi. Ora mi provo come regista”. E mi racconta la trama di Accattone, con quel suo modo di parlare a scatti, rotto da lunghi silenzi,.


Alì dagli occhi azzurri

di Pier Paolo Pasolini


Alì dagli Occhi Azzurri

uno dei tanti figli di figli,

scenderà da Algeri, su navi

a vela e a remi. Saranno

con lui migliaia di uomini

coi corpicini e gli occhi

di poveri cani dei padri

sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sé i bambini,

il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.

Porteranno le nonne e gli asini, sulle trireme rubate ai porti coloniali.

Sbarcheranno a Crotone e a Palmi,

a milioni, vestiti di stracci

asiatici, e di camice americane.

Subito i Calabresi diranno

come malandrini a malandrini:

Ecco i vecchi fratelli,

coi figli e il pane e il formaggio!”

Da Crotone o Palmi saliranno

a Napoli, e da lì a Barcellona,

nelle Città della Malavita.

Anime e angeli, topi e pidocchi,

col germe della Storia Antica,

vorranno darvi alle willaye.


Nazim Hikmet ha cantato il filo d’erba che è spuntato in alto sotto la tenue luce del suo carcere-spelonca, sofferto per dieci anni nel suo paese.

E’ un uomo straordinario, non porta segni delle sofferenze che ha patito, delle umiliazioni, del terrore di cui è stato circondato. E’ forte, i neri capelli alti sul capo, gli occhi scuri e lucenti, mi abbraccia come un fratello. E’ un momento di emozione indimenticabile. Vale vivere per questi momenti che non sono fatti di parole.


C’è un albero dentro di me

di Nazim Hikmet


C’è un albero dentro di me

trapiantato dal sole

le sue foglie oscillano come pesci di fuoco

le sue foglie cantano come usignoli


è un pezzo già che i viaggiatori sono discesi

dai razzi sul pianeta ch’è in me

parlano una lingua che ho udito in sogno

non ordini non vanterie non preghiere


in me c’è una strada bianca

le formiche passano coi semi di grano

i camion passano col chiasso delle feste

ma il carro funebre – è proibito – non può passare


in me il tempo rimane

come una rosa rossa odorosa

che oggi sia venerdì domani sabato

che il più di me sia passato che resti il meno

me ne infischio.



Renzo Arato, attore di teatro, di cinema e di televisione, si è cimentato spesso in recital di poesie di autori classici e contemporanei. In teatro ha riservato una particolare attenzione a Pavese, Lajolo e Fenoglio. L’ultima sua fatica è l’interpretazione per la Tv tedesca della parte di padre Kolbe deportato e morto ad Auschwitz.

(Renzo Arato, 347.4280798 - http://www.renzoarato.it/appuntamenti.htm)

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